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Magia e Liberazione. Un’impresa collettiva

Mentre cerca di raggiungere il Polo Nord, Fridtjof Nansen rimane incagliato nei ghiacci polari; è la fine dell’Ottocento e non c’è modo di lanciare un allarme: l’unica possibilità è aspettare che cambi il clima, cercando di non soccombere al freddo. Isolato in mezzo al nulla, non sa ancora che la sua quarantena durerà quasi due anni.

Fotografia della nave Fram, tratta dal libro di Fridtjof Nansen e Otto Neumann Sverdrup Farthest North, being the record of a voyage of exploration of the ship Fram 1893-96 and of a fifteen months’ sleigh journey by Dr. Nansen and Lieut. Johansen, A. Constable, Westminster 1897, pp. 54-5 (link).

Nansen si trova in una prigione molto simile alla nostra, e la sua frustrazione… beh, è facile capirla. Qual è il modo più intelligente per gestire il tempo in condizioni del genere? Un modo è quello di esplorare in lungo e in largo la propria cella, come aveva fatto Xavier De Maistre alla fine del Settecento tenendo un diario - poi pubblicato come Viaggio intorno alla mia camera (1794) (1) . Familiarizzare con il proprio ambiente è il primo passo per concepire un piano di fuga.

Intanto, dobbiamo chiamare le cose con il loro nome. La prima che ha avuto il coraggio di farlo è stata Tamar Pitch, che lo scorso 13 marzo [2020] ha scritto che - da quando è arrivato il Coronavirus,

l’Italia [è] un immenso carcere di sessanta milioni di persone, […] presidiato all’esterno da[lle] forze dell’ordine. (2) 

Insomma, per la prima volta nella storia del nostro Paese siamo costretti a confrontarci collettivamente con l’esperienza della prigionia. Ma guardando il mondo attraverso lo sguardo obliquo dell’illusionista, la domanda si restringe: come può aiutarci la magia a confrontarci con il carcere? L’ho chiesto a due persone che si occupano di illusionismo.

Harry Houdini (1874-1926).

La prima si chiama Harry Houdini. Nel suo libro Houdini on magic (1953) svela il trucco del grande mistero della cella (3) . Il mago spiega come, in determinate condizioni, basta un magnete per sabotare la serratura e ricavarsi una via di fuga.

Bello, ma c’è un problema. Houdini libera sé stesso… e si ferma lì. Propone, insomma, una soluzione individuale – ma visto che siamo sessanta milioni, noi abbiamo bisogno di una soluzione più collettiva. Un conto è salvarsi da soli. Un conto è farlo insieme.

E qui ci arriva in aiuto la seconda persona. Anche lei è una maga: si chiama Natalia Agàti, è un membro degli ATI Suffix e ha fondato la scuola di illusionismo critico ESCI. Insieme a due colleghe – Olimpia Fiorentino e Serena Olcuire – ha elaborato trentasei simboli esoterici, da cui si può ricavare quello che ricorda un mazzo di tarocchi.

Ciascuno dei trentasei arcani rappresenta un luogo e accostandoli si può formare una mappa. I labirinti che si possono creare sono praticamente infiniti, e ogni disposizione propone – a chi legge l’immagine – un percorso diverso. Il libro che svela il significato di ciascun arcano è la loro tesi di laurea in architettura e serve per orientarsi in quello che è un percorso volutamente caotico.

Come nelle migliori performance di illusionismo, la sensazione che si vive è quella del perturbante: le tre autrici si rifanno all’esperienza vissuta da Freud a Genova, quando

dopo alcuni giri viziosi si ritirò per la terza volta nel luogo dal quale era partito e, nonostante tutti gli sforzi, non trovava la strada nota. Come se si trovasse in una stanza buia senza trovare la porta. (4) 

“labirinto” tratto da Natalia Agàti, Olimpia Fiorentino e Serena Olcuire, Il carcere? Una domanda al posto di una risposta, 2011/2012.

Il progetto si chiama Carcerrario perché invita chi legge a errare, a vagare attraverso le diverse immagini, ognuna delle quali rappresenta una tipologia di carcere. Ma errare significa anche sbagliare, e mentre passiamo da un tassello all’altro, ci assale il sospetto che ci sia qualcosa di sbagliato nel concetto stesso di prigione. Perché ciascuna, nel tentativo di risolvere alcuni problemi, ne crea altrettanti se non di più.

Prendendo spunto dalla cronaca, dalla letteratura e dal cinema, Carcerrario consente di visitare trentasei tipologie architettoniche di carceri, per porsi lo stesso problema di Houdini – ma a un livello più alto: come possiamo cercare una via di fuga collettiva delle prigioni – vere e simboliche – che ci siamo costruiti come società?

Il castello d’If in un fotogramma del film Il conte di Montecristo (Kevin Reynolds, USA 2002).

Chi ha letto Il conte di Montecristo (1831) riconoscerà in questo simbolo l’isola fortezza del castello d’If dove viene rinchiuso Edmond Dantès: un luogo sicurissimo perché isolato, ma che trovandosi del tutto fuori dalla società non tutela i prigionieri dai possibili abusi e produce alienazione totale.

Le celle bozzolo in un fotogramma del film Matrix (Wachowski sisters, USA 1999).

Le celle bozzolo sono quelle di Matrix (1999), dove le macchine ci tengono prigionieri in stato vegetativo per succhiarci bioelettricità. Un carcere del genere rende molto in termini energetici, a scapito del tentativo di reinserire nella società chi è detenuto.

È incredibile quanto siano giusti i giorni della quarantena per muoversi in questo claustrofobico gioco da tavolo. C’è un senso di familiarità in ciascun luogo.

Il progetto è online ed è raggiungibile all’indirizzo carcerrario.wixsite.com/carcerrario. Ed è tra le sue pagine che ho incontrato Fridtjof Nansen. Ve lo ricordate? L’avevamo lasciato tra i ghiacci polari sulla sua nave.

Pensate all’ironia della sorte: bloccato su una nave che aveva chiamato Frem, che in norvegese significa “avanti”. Qual è il modo più intelligente per gestire il tempo in condizioni del genere? Natalia e compagne trovano una risposta nella storia dell’esploratore:

Nansen non si accontentò di attendere, semplicemente per l’insopportabile senso di frustrazione che quell’attesa generava nel suo animo. Contro la disperazione, sognò un controsenso: la navigazione di una nave imprigionata dai ghiacci invincibili. [...] studiò i ghiacci, le [...] capacità di resistenza [...] dei suoi uomini alla morsa assassina [...]. Si accorse poi che anche il mare ghiacciato si muove e muta, al di là dell’apparente immobilismo. Calcolò [...] le correnti, mappando gli eventuali ostacoli, [...] rendendoli occasione per avventurose derive. L’immobilismo e l’attesa furono trasformati in una paradossale navigazione apparentemente statica, ma di fatto in movimento immaginifico, in attesa della nuova stagione. (5) 

Di questo abbiamo bisogno: di concepire movimenti immaginifici.

Oggi è il 25 aprile, e una Festa della Liberazione agli arresti domiciliari è l’occasione giusta per fare leva sulla frustrazione e mettere in modo la creatività. Sento l’esigenza di forzare i sigilli, uscire di casa e celebrare la Resistenza con lo sguardo del mago.

Renato Viola era nato nel 1922 come mio nonno, quando Houdini era ancora in attività. Allievo ufficiale pilota, nel 1943 era stato catturato dai tedeschi e durante la prigionia era riuscito a fuggire – chissà, forse con un magnete. Ma a differenza del grande mago, non si fermò lì. Non si limitò a liberare sé stesso. C’era un intero paese da liberare, e divenne così comandante di distaccamento della seconda brigata Gap di Torino. Col nome di battaglia Mirco, il partigiano Renato Viola cadde il 26 aprile 1945 durante le giornate insurrezionali.

La lapide di Renato Viola (1922-1945).

Dobbiamo credere alle coincidenze? Che sia il caso o che sia il destino, la lapide commemorativa di questo escapologo si trova entro duecento metri dalla mia abitazione. Ed è lì che raggiungo Renato, per ringraziarlo di aver combattuto dalla parte giusta e di ricordarci che qualunque forma di liberazione non è tale se non è collettiva.


Il video

“Magia e Liberazione. Un’impresa collettiva” è anche in formato video nell’episodio 191 di Mesmer in pillole di e con Mariano Tomatis.

Vedi l’episodio su YouTube.


Note

Mesmer è curato da Mariano Tomatis, già autore di La magia della mente (2008), Te lo leggo nella mente (2013, prefazione di Max Maven) e L’arte di stupire (2014, prefazione di Derren Brown).

Insieme a Wu Ming ha curato il Laboratorio di Magnetismo Rivoluzionario, sperimentazione teatrale tra mentalismo e letteratura.

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Per contatti: mariano.tomatis@gmail.com

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